Minacce e attentati in crescita contro il Cristianesimo, ma la Chiesa Cattolica stenta a reagire
Da diversi anni ormai la Chiesa Cattolica dimostra di non essere più in grado di affermare e difendere come un tempo il proprio sistema di valori nonché la dottrina di riferimento, in Italia ma in generale nel mondo.
Se dovessimo descrivere la posizione del Vaticano in merito a quelli che sino al precedente pontificato di Ratzinger sono stati i principali dogmi del cattolicesimo, oggi non avremmo i parametri tradizionali di una volta: la Chiesa di Bergoglio sembra aver aperto ai contraccettivi (“quanto”, in effetti, non è dato saperlo), non giudica gli omosessuali, valuta “con misericordia” le donne che hanno abortito, salvo poi ritrattare tutto ciò nelle occasioni importanti a livello internazionale se non mondiale (basti riferirsi alla recente manifestazione indetta dal Popolo delle famiglie e dalle Associazioni pro-life il 30 aprile scorso a Verona).
Sembra, dunque, che la generale crisi di valori (e di ideologie) onnipresente nella nostra società abbia coinvolto anche un pilastro immutabile quale la Chiesa di Roma, incerta se rimanere fedele al proprio passato secolare o “adeguarsi ai tempi” in cui viviamo.
Certo è che questo “adattamento” appare sempre di più come una scusa per nascondere un’identità al momento attuale debole e impotente, specie davanti alle grandi problematiche religiose – soprattutto in tema di discriminazioni e persecuzioni cristiane nel mondo – legate in modo specifico alla vita dei credenti nei paesi in via di sviluppo.
Dall’apparizione dell’ Isis in poi (ma forse sarebbe opportuno spostare la linea del tempo agli anni ’90, quindi all’epoca dei talebani), le minacce nei confronti dell’Occidente e della cristianità hanno contraddistinto in modo costantemente violento la convivenza fra cristiani e musulmani in vari Stati del mondo, per via del diffuso fondamentalismo e quindi dell’intolleranza che accompagna spesso la declamazione della fede islamica.
Dispiace affermarlo, ma è un dato di fatto che sino ad ora non si siano verificati dei comportamenti aggressivi o sopraffattori analoghi da parte dei seguaci del Cristianesimo, e che pertanto non si possa parlare di un’ ortodossia dispotica per i cattolici.
Stupisce, in effetti, che il Papa non abbia mai sottolineato con forza una simile, significativa situazione, ribadendo il primato della dottrina cristiana innanzitutto in termini di rispetto nei confronti del prossimo e dunque di grande civiltà: in questo modo, per giunta, si innalzerebbe nuovamente il pensiero cattolico a “modello” da imitare come in tante altre occasioni nel passato.
È evidente che la ragione di una simile mancanza sia da attribuire al timore di accrescere le tensioni con il panorama islamico, ma l’attuale condotta del Vaticano sembra comunque non realizzare dei risultati migliori. Secondo l’ultimo rapporto sulla libertà religiosa di “Aiuto alla chiesa che soffre”, un fedele su sette vive in un paese che limita gravemente i suoi diritti, inoltre sono quasi 300 milioni i cristiani a cui viene data la caccia nel mondo.
In trentotto Stati poi, negli ultimi due anni, sono aumentate le violazioni della libertà religiosa (per esempio in Cina, dove il governo comunista ha adottato nuovi provvedimenti per reprimere i gruppi di fede percepiti come resistenti alla dittatura delle autorità).
Inoltre, fra i paesi più ostili alla libera espressione del Cristianesimo, senza dubbio è impossibile non menzionare l’India e l’Africa, la prima di nuovo nota per via del recente attacco terroristico avvenuto in Sri Lanka il giorno di Pasqua e che ha provocato ben 290 morti e moltissimi feriti.
Si è trattato del più grave episodio che si ricordi nei tempi moderni, ma è necessario anche considerare che solo nel continente indiano nel 2017 sono stati compiuti ben 736 attacchi contro i cristiani, quasi il doppio rispetto ai 358 del 2016.
I dati sono allarmanti, ma lo è ancor di più la generale indifferenza con cui vengono accolti in Europa.
Oltre tutto, bisogna aggiungere che questi avvenimenti in alcuni paesi sono praticamente all’ordine del giorno, come succede in Burkina Faso: nei primi quattro mesi di quest’anno ci sono stati 38 attentati terroristici contro i fedeli cattolici (di cui si è parlato in modo particolare sulle testate specifiche legate al Vaticano), e solo pochi giorni fa (il 14 maggio) è stato sferrato un nuovo attacco contro una chiesa cattolica in cui sono morti 4 fedeli ed è stata distrutta una statua della Madonna alla fine della processione religiosa.
In questi casi la notizia ricorrente su tutti i giornali è stata grosso modo “il Papa manifesta il suo immenso dolore e la sua vicinanza ai cristiani colpiti”, ma ciò che la accompagna inevitabilmente rimane la mancanza di una linea che cerchi di prevenire, per non dire contrastare, tutto questo.
Evidentemente, data la gravità di quanto accade nel mondo, sarebbe il caso di elaborare un piano risolutivo concreto, evitando di ricorrere solo alla retorica di circostanza che contraddistingue sempre questi tragici avvenimenti.

Sopra: il Vescovo di Kaya, in Burkina Faso, che ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Noi dobbiamo continuare a pregare perché quella in atto in Burkina oggi non è soltanto una guerra contro noi cristiani, ma è una guerra dichiarata contro Gesù Cristo”.
Giulia Dettori Monna
