
Addio a Monica Vitti, la regina del cinema italiano.
Il cordoglio del Presidente del Consiglio, Mario Draghi per la scomparsa dell'attrice: "Ha dato lustro all'Italia nel mondo".
Assente dalle scene dal 2001 in seguito alla sua lunga malattia, una forma di Alzheimer che l’ha isolata dal mondo. Aveva compiuto da poco 90 anni. Il cordoglio della cultura e del cinema. La notizia è stata resa pubblica da Walter Veltroni su Twitter: ”Roberto Russo, il suo compagno di questi anni, mi chiede di comunicare che Monica Vitti non c’è più”. Lo faccio con grande dolore, affetto, rimpianto”.
Per Monica Vitti, il cinema è sempre stato elisir di vita e anche oggi le restituisce un eterno presente. Nata Maria Luisa Ceciarelli a Roma, il 3 novembre del 1931, cresciuta in Sicilia prima della guerra, a causa del lavoro del padre (ispettore al commercio), innamorata della recitazione fin dall’adolescenza (quando metteva in scena spettacolini casalinghi per distrarre i fratelli dagli orrori delle bombe negli ultimi anni di guerra), si diploma nel 1953 all’Accademia d’arte drammatica sotto la guida di Silvio d’Amico e con un maestro-sodale d’eccezione come Sergio Tofano. Ci sono già tutti i segni della sua duttilità d’interprete: il primo la spinge in palcoscenico per affrontare grandi ruoli drammatici (Shakespeare, Molie’ re, “La nemica” di Nicodemi con cui conquista il pubblico), il secondo la porta a liberare la sua verve istrionica nella riuscita serie di commedie ispirate al personaggio del Signor Bonaventura, allora popolarissimo eroe dei fumetti. Intanto si e’ data un nome d’arte con cui rimpiazzare il nomignolo di “Setti vistini” con cui la chiamavano amici e familiari per la sua capacita’ di cambiarsi in fretta e furia come un personaggio di Fregoli. Sceglie un cognome che le ricorda la madre amatissima (Adele Vittiglia) e un nome che le “suona bene” e non va ancora di moda. Debutta al cinema nel ’55 con un piccolo ruolo nell’Adriana Lecouvreur di Guido Salvini a fianco di mostri sacri come Valentina Cortese, Gabriele Ferzetti e Memo Benassi, ma 5 anni dopo si incarna nella silenziosa musa di Antonioni per il primo dei quattro film che vanno sotto il segno dell'”incomunicabilità”, L’avventura.
Nei successivi quattro anni diventerà una diva internazionale grazie a titoli indimenticabili come La notte, L’eclisse, Deserto rosso, ma l’incontro con Antonioni data gia’ dal 1957 quando presta la voce a Dorian Gray ne Il grido. Tutti i grandi registi internazionali la vogliono anche perche’ oltre a un volto bellissimo e misterioso sfoggia una voce roca e pastosa che (proprio come Claudia Cardinale negli stessi anni) afferma una diversita’ dalla scuola tradizionale di dizione. Eppure la cappa della donna misteriosa e algida non fa per lei, proprio come l’immagine di star distante e inconoscibile. Negli stessi anni ’60 si è cimentata più volte con la tv ed ha avuto un riconoscimento speciale con la partecipazione alla tormentata giuria del festival di Cannes del 1968 quando si dimette dal suo ruolo in solidarietà ai contestatori della Nouvelle Vague. E’ in questo momento che decide di dare un taglio alla sua immagine più consolidata e abbraccia l’idea della commedia grazie a Mario Monicelli che la vuole protagonista de La ragazza con la pistola.
Il successo è popolare, immediato, contagioso. In pieno ’68, l’emancipazione della timida siciliana Assunta Patane’ che insegue fino in Inghilterra l’uomo che l’ha disonorata (Carlo Giuffre’ ) per poi capire che si puo’ essere libere e onorate anche senza passare per il delitto d’onore, fa rumore e il regista estrae dalla Vitti un talento luminoso e inatteso che presto le permettera’ di battersi da pari a pari con i colonnelli della commedia all’italiana. Unica donna vincente con le loro stesse armi e inalterata femminilita’ in un mondo di maschi più o meno misogini, Monica Vitti domina nel cinema italiano degli anni ’70. Si permette stravaganze di qualità (come nei ruoli cuciti sul suo fascino da Miklos Jacso’, Luis Bunuel, Andre’ Cayatte), lavora coi grandi italiani (da Dino Risi a Ettore Scola, da Monicelli al Luigi Magni de La Tosca), affianca Antonioni nella sperimentazione elettronica de Il mistero di Oberwald), trionfa in coppia con Alberto Sordi (specie grazie a Polvere di stelle diretto da Albertone), spinge al debutto dietro la macchina da presa prima Carlo Di Palma (il grande direttore della fotografia che e’ diventato il suo compagno) e poi il fotografo Roberto Russo che con lei debutta da regista con Flirt che le fa vincere il premio come migliore attrice a Berlino nel 1983.
Insieme al Leone d’oro alla carriera, che nel 1995 le viene dato da Gillo Pontecorvo alla Mostra di Venezia è uno dei maggiori riconoscimenti internazionali che affiancano i 5 David, 12 Globi d’oro e i 3 Nastri d’argento guadagnati in patria.
Mai ferma nella sua sete di vita e di sfida, conquista anche le platee televisive insieme a Mina (Milleluci nel ’74 e Domenica in vent’anni dopo), scrive due libri autobiografici, firma la sua unica regia (Scandalo segreto) nel 1990, porta in teatro la grande commedia americana da La strana coppia a Prima pagina.
Oggi la possiamo vedere e ricordare, immortale, nella pienezza della sua arte e della sua vitalità: con quella risata calda, di gola, senza affettazione, che estrarrebbe dal cilindro vedendo le mille celebrazioni, mostre, omaggi a lei dedicati ancora nei mesi della fine del 2021 in occasione dei suoi 90 anni.
Il cordoglio del Presidente del Consiglio, Mario Draghi per la scomparsa dell’attrice: “Ha dato lustro all’Italia nel mondo”.
“Attrice di grande ironia e straordinario talento, Monica Vitti – ha aggiunto il Premier – ha conquistato generazioni di italiani con il suo spirito, la sua bravura, la sua bellezza. Al marito Roberto Russo e a tutti i suoi cari, le condoglianze del Governo”.
