Ucraina e Russia, Putin alla NATO: “Pronti alla risposta militare”. Scholz “Preoccupazione per truppe russe al confine”

Ieri, nel corso di una riunione con i vertici dello Stato maggiore russo, il presidente Putin, temendo la presenza di basi di missili USA al confine, ha previsto dure reazioni per quella che vede come un’invasione della NATO.

Vladimir Putin e il generale Valery Gerasimov, fonte: AP

 

Nella giornata di ieri Vladimir Putin ha riunito lo Stato Maggiore dell’esercito russo, per discutere di questioni di sicurezza legate a una probabile estensione della NATO in territorio ucraino. Nei suoi venti anni da Presidente della Federazione russa (quattro mandati, non consecutivi) è la prima volta che Putin usa toni così diretti e, neanche troppo velatamente, minacciosi: “Quel che sta accadendo, l’aumento delle tensioni in Europa, è tutta colpa loro (La NATO, ndr). Se l’occidente proseguirà su una linea aggressiva, adotteremo contromisure tecnico-militari proporzionate. Risponderemo con fermezza a passi ostili. Vorrei sottolineare che siamo pienamente autorizzati a farlo”.

Quel che Putin, e il Cremlino con lui, teme è un espandersi dell’influenza NATO nei territori ucraini, specialmente nelle zone ad est del paese, al confine con la Russia. Preoccupazioni aumentate in seguito al riconoscimento di una legge che consente l’addestramento di truppe NATO e USA in Ucraina nel corso del prossimo anno.

Nonostante i toni poco rassicuranti della riunione di ieri, dettati più che altro da intenzioni difensive, il Cremlino non sembra per il momento intenzionato a invadere l’Ucraina, al punto che lo stesso Putin ha dichiarato di essere ben disposto a discutere con gli Stati Uniti e l’Europa, nel tentativo di trovare una soluzione diplomatica multilaterale.
Nel corso della stessa riunione, il ministro della difesa russo, Sergeij Shoigu, aiutandosi con una grande mappa proiettata alle sue spalle ha fornito aggiornamenti sulla situazione in Ucraina, confermando la presenza di 150 contractors americani nella repubblica di Donetsk (Donbass, est Ucraina) che avrebbero a disposizione anche alcune armi chimiche.

Se la notizia della presenza di armi chimiche e di contractors venisse confermata, sarebbe una violazione di quelle “Linee rosse” che il Cremlino ha sempre chiesto di non oltrepassare. Putin teme, in particolare, l’installazione di armamenti americani a pochi chilometri dal suo paese: “Abbiamo bisogno di garanzie giuridicamente vincolanti, a lungo termine, ma sappiamo bene che non si può credere neanche a quelle. Con una serie di pretesti, come ad esempio la sicurezza nazionale, gli Stati Uniti operano a migliaia di chilometri dal loro territorio, e quando il diritto o gli accordi dell’Onu li ostacolano, dichiarano tutto vecchio e superfluo”.

Da parte sua la Casa Bianca sembra che abbia tutto l’interesse a mantenere attive le preoccupazioni del Cremlino, sia sostenendo l’adesione di Kyiv alla NATO, sia (secondo alcune fonti dei Servizi segreti americani) studiando un piano per sostenere i ribelli ucraini in caso di invasione russa. Un po’ come successe in Afghanistan negli anni ’80, quando gli USA, con l’operazione Ciclone della CIA, finanziò e armò i mujaheddin contro “L’Armata Rossa”. O come in tempi più recenti, quando gli USA, insieme ad altri paesi, sostennero gli scontri armati in Siria contro lo Stato Islamico.

Il timore di Putin, non del tutto infondato, è che gli USA approfittino delle esercitazioni NATO del prossimo anno, o addirittura di un’entrata di Kyiv nell’Unione Europea, per piazzare armamenti e missili al confine con la Russia. Come quando Nikita Kruscev accettò la richiesta di Cuba di installare ordigni vari a 150 chilometri dai confini con gli Stati Uniti.

In particolare il presidente russo teme i sistemi missilistici Mark 41 VLS, tratti dal sistema Aegis e modificati in modo da lanciare i missili Tomahawk: “Il tempo di volo su Mosca sarebbe di 7-10 minuti, cinque in caso di un missile ipersonico. Ditemi, cosa dovremmo fare in questo caso? Dovremmo creare qualcosa di simile nei confronti di chi ci minaccia in quel modo. Siamo in grado di farlo”.

Sistema missili Mark 41 VLS

Per fortuna sia l’occidente europeo sia gli USA sembra siano disposti a rassicurare il Cremlino. Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, nonostante la sua recente affermazione “Il messaggio alla Russia è che ci sarà un prezzo molto alto per qualsiasi azione contro l’Ucraina” ha comunque promesso una ripresa dei rapporti con Mosca già all’inizio del prossimo anno, mentre da parte loro gli Stati Uniti sono pronti a discutere delle richieste di rassicurazione da parte di Putin.

Il gasdotto

In questo scenario è difficile non inserire anche la situazione del gasdotto russo, che trasporta il gas verso l’Europa. Ieri il prezzo è arrivato a 2 dollari per metro cubo, e la ragione principale è il blocco dei due gasdotti più importanti nella rotta tra Russia ed Europa: il Nord Stream 2 e lo Yamal-Europe. Dmitry Peskov, portavoce di Putin, si è però affrettato a smentire che il blocco sia dovuto alle recenti tensioni tra oriente e occidente, attribuendolo a motivi burocratici: “Questa è una situazione assolutamente commerciale. La domanda sulle ragioni particolari dovrebbe essere rivolta direttamente a Gazprom (proprietaria del Nord Stream 2, ndr). Non c’è alcun legame in questo caso, è una situazione assolutamente commerciale”.

Una dichiarazione, quella di Peskov, che contrasta con le affermazioni di Alexander Lukashenko, presidente bielorusso e stretto alleato di Vladimir Putin, che ha già minacciato di bloccare le importazioni di gas verso l’Europa come rappresaglia alle sanzioni imposte dall’Unione Europea, a loro volta provocate dalla crisi dei migranti al confine tra Bielorussia e Ucraina.

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