Roma: la Procura riapre le indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni
A 32 anni di distanza dall’omicidio di via Poma la Procura apre un nuovo fascicolo grazie alla testimonianza di un ex poliziotto, che porta a un nuovo sospettato.

L’apertura della Procura è coordinata dal Pm Ilaria Calò, la stessa che all’epoca sostenne l’accusa contro Raniero Brusco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni poi condannato nel 2011 a 24 anni di carcere e in seguito assolto.
Il nuovo fascicolo è stato aperto in seguito all’ascolto di nuovi testimoni, tra i quali spicca Antonio del Greco, che nel 1990 era a capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile della Questura di Roma e contribuì alle indagini. Al centro della nuova pista c’è un sospettato che all’epoca, quando venne ascoltato dagli investigatori, avrebbe fornito un falso alibi.
Simonetta Cesaroni venne uccisa in via Poma a Roma, il 7 agosto del 1990, mentre si trovava al lavoro intorno alle 18 negli uffici dell’Aiag. Il corpo venne ritrovato alle 23.30, privo di vestiti e all’interno dell’ufficio chiuso a chiave, da Paola Cesaroni e Salvatore Volponi, rispettivamente la sorella e il capo di Simonetta, allarmati dal fatto che la ragazza non rispondesse alle telefonate. Alcuni degli effetti personali della vittima erano spariti, mentre le scarpe vennero ritrovate vicino alla porta. L’arma del delitto, si ipotizzò un tagliacarte, non venne mai ritrovata.
Tre giorni dopo venne arrestato il portiere dell’edificio, Pietro Vanacore, poi prosciolto perché “Il fatto non sussiste” a giugno del 1993 (definitiva dopo il ricorso in Cassazione nel 1995). Morì poi suicida sette anni dopo. In seguito vennero sospettati anche Volponi, Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta, e Federico Valle, il cui padre aveva un ufficio nello stesso edificio dove venne ritrovato il corpo.
I sospetti si concentrarono in particolare su Busco, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione. Sentenza poi ribaltata in appello dalla Cassazione. Nel 2014 venne infine assolto dai giudici della Suprema Corte, che dichiararono come la condanna in primo grado si basasse solo su congetture.
Le ipotesi sull’omicidio vennero subito collegate alla criminalità organizzata e ai servizi segreti deviati. In particolare si pensò che Simonetta fosse coinvolta, senza volerlo, nella custodia di importanti documenti nell’ufficio. Documenti che avrebbero provato che la società dove lavorava era coinvolta in favori fatti alla Banda della Magliana con la benedizione dei servizi segreti deviati e del Vaticano. Ma questi documenti, e altre prove che potessero sostenere questa teoria, non sono mai stati trovati, e la pista venne abbandonata.
Dopo decenni di indagini e di errori (ad esempio non venne mai cercata l’arma del delitto nei cassonetti vicini all’edificio) ora i magistrati ripartono dalle dichiarazioni di Antonio del Greco e altri testimoni, che portano a un “Sospettato (il cui nome è ancora coperto dalle indagini, ndr) che avrebbe mentito fin dall’inizio negando di aver mai conosciuto Simonetta e fornendo agli investigatori una ricostruzione dei suoi spostamenti completamente inesatta“.
Da parte loro i parenti di Simonetta, tramite i legali, non hanno ancora commentato questi nuovi sviluppi nelle indagini, mentre ne è soddisfatto l’avvocato Paolo Loria, difensore di Raniero Busco: “Forse si arriverà al bandolo di questa matassa, e si riuscirà a trovare il vero colpevole e liberare dal sospetto, che dura da 30 anni, una serie di personaggi assolutamente innocenti. Sento periodicamente Busco, sta superando lentamente questo trauma“.
