L’Arte di Ferruccio Busoni, il genio del pianoforte che sognava la rinascita della musica in Italia

Oggi ancora in pochi conoscono lo straordinario talento compositivo di Ferruccio Busoni (1866-1924), esponente di spicco della musica classica italiana.
La sua incomparabile capacità espressiva è stata consacrata dalla fondazione, nel 1949, del concorso internazionale a lui intitolato (vinto, fra i tanti nomi celebri, da una sedicenne Martha Argerich nel 1957), voluto da Cesare Nordio presso la città di Bolzano e finanziato per molti anni da Arturo Benedetti Michelangeli, intramontabile interprete del pianoforte che ne è stato anche membro della giuria.
Eppure il nostro più illustre rappresentante della tecnica pianistica (e non solo), è stato vittima di un oblio tanto lungo quanto di difficile interpretazione.
Per comprenderlo meglio è importante rileggere alcuni aspetti cruciali della sua esistenza: figlio del clarinettista Ferdinando Busoni e della pianista per metà bavarese Anna Weiss, egli ebbe modo di esordire come pianista a soli 7 anni nella città natale di Trieste, per poi esibirsi due anni dopo in un concerto pubblico a Vienna.
Il precoce quanto notevole talento lo indusse a scrivere un Concerto per pianoforte ed archi a 12 anni, età in cui cominciò a coltivare la vena compositiva che avrebbe poi consolidato con il diploma nel 1882.
Da questo momento la sua esistenza fu un susseguirsi di viaggi, legati sia all’attività didattica sia a quella concertistica: nel 1886 fu a Lipsia e nel 1888 a Helsinki, dove insegnò pianoforte ed ebbe fra i suoi allievi il famoso compositore Jean Sibelius.
Dopo lunghi periodi di permanenza a Mosca e a Boston scelse come residenza Berlino, in cui si stabilì nel 1894 insegnando composizione all’Accademia di Belle arti.
Da questo primo spaccato della biografia si può già evincere un possibile motivo per la mancata considerazione da parte del grande pubblico: Busoni, di fatto, si sentiva più tedesco che italiano, ed evidentemente riteneva che per una valente carriera pianistica l’estero fosse in assoluto il contesto migliore in cui poter affermare il proprio genio esecutivo.
Ciò di cui ancora pochi sono a conoscenza, tuttavia, è il ruolo di primo piano che egli ha avuto, pur vivendo lontano dal suo paese, nella declamazione di una nuova estetica musicale in Italia, finalizzata prima di tutto a uno stile compositivo in grado di risollevare la musica strumentale dalla decadenza in cui era sprofondata (non dimentichiamo che l’800 è stato il secolo dell’opera lirica e della sua fortuna nel mondo).
Busoni fu, potremmo dire quasi inconsapevolmente, il modello di riferimento della famosa Generazione dell’80, ossia il gruppo di musicisti e compositori – fra i quali i nomi più noti furono quelli di Ottorino Respighi, Alfredo Casella, Gianfrancesco Malipiero e Mario Castelnuovo-Tedesco – che scelse di costruire il futuro guardando al passato, elaborando un’identità musicale ispirata all’antica musica italiana e agli stili che avevano contraddistinto il ‘500 così come il Barocco.
A tal proposito il Maestro, che fu frequentato da Malipiero, nel 1909 pubblicò un saggio intitolato Entwurf einer neuen Ästhetik der Tonkunst (Saggio di una nuova estetica musicale), in cui l’idea sul futuro della musica in Italia era proprio quella dei colleghi di ben sedici anni più giovani: affermare una “giovane classicità” che permettesse di conoscere il carattere italiano nel mondo senza alcun tipo di contaminazione straniera, in quanto egli criticava aspramente la tendenza a guardare – sull’onda dei gusti del momento in quell’epoca – a Debussy, Strauss e Stravinskij.
Quali furono, dunque, i meriti ideologici di Busoni?
Da un lato, percependo la cultura che l’aveva formato – ossia quella tedesca – come un sistema da imitare, desiderava che il suo paese ne raggiungesse il livello, dall’altro, invece, pretendeva che l’Italia dell’epoca, pur dilaniata dalle molte difficoltà economiche, sociali e politiche del periodo post-unitario, lavorasse a una musica “vergine da qualunque fecondazione straniera”.
È difficile dire se questo obiettivo sia stato raggiunto (più probabilmente no), ma è rimasta l’eredità più preziosa di Ferruccio Busoni: la mirabolante unione di “antico e nuovo” tipica dello stile artistico, capace di fondere la spiritualità di Bach – che aveva studiato approfonditamente, trascrivendo nella prima, vera “traduzione per pianoforte” anche la celebre Ciaccona per violino – e il virtuosismo trascendentale di Liszt.
Egli fu quindi un innovatore e allo stesso tempo un amante del classicismo come dell’identità musicale italiana, un genio cui oggi dobbiamo la stima di cui, culturalmente parlando, l’Italia ancora gode nel mondo.

Nel video: Busoni esegue un brano di Liszt (registrazione del 1905).

 

Giulia Dettori Monna

 

CATEGORIES
TAGS
Share This

COMMENTS

Wordpress (0)