Omicidio don Roberto Malgesini: ergastolo a Mahmoudu Ridha

Omicidio don Roberto Malgesini: ergastolo a Mahmoudu Ridha

Per il pm comasco Massimo Astori, Mahmoudi era sì, un uomo afflitto da manie di persecuzione, ma non certo un pazzo. Linea condivisa in pieno dalla Corte, presidente Valeria Costi, e dai giurati popolari, che ha condannato l'imputato anche al risarcimento delle parti civili, i due fratelli di don Roberto per la somma simbolica di un euro ciascuno.

Terminato con una condanna all’ergastolo, il processo in corte d’assise a Como per l’omicidio di don Roberto Malgesini, 50 anni, di Cosio Valtellino, ucciso a coltellate la mattina del 15 settembre 2020a Como, mentre in auto si apprestava a portare la prima colazione ai senzatetto della città.   Nessuno sconto all’imputato, Ridha Mahmoudi, 57 anni, tunisino, un uomo che don Roberto aveva aiutato più e più volte nel corso degli anni.
I giudici hanno condannato l’imputato all’ergastolo per omicidio volontario premeditato non riconoscendo l’infermità mentale né ritenendo di dover ricorrere a una perizia psichiatrica, come chiesto fermamente dalla difesa, avvocato Sonia Bova. La legale ha contestato alla corte una mancanza di coraggio, nell’approfondire la situazione psichiatrica dell’imputato. E per questo ha annunciato ricorso in appello.
Il pubblico ministero Massimo Astori (lo stesso pm del processo per la strage di Erba) in mattinata ha tolto ogni dubbio alla corte, sia circa la premeditazione, sia sulla lucidità e la consapevolezza dell’imputato, quella tragica mattina.
Nella sua lunga e precisa ricostruzione, il pm comasco Massimo Astori ha ripercorso quello che è accaduto alle 7, davanti alla chiesa di San Rocco a Como: in aula ha mostrato il video delle telecamere che riprendono l’arrivo dell’imputato davanti alla casa del prete, e in cui sullo sfondo si nota la figura dell’omicida chinarsi e abbassare il coltello con violenza più volte. Ha ricostruito il cammino dell’omicida subito dopo, quando ha raggiunto a piedi la caserma dei carabinieri per consegnarsi e confessare.  Astori ha ricostruito l’incredibile iter burocratico legato a sei decreti di espulsione nei confronti dell’imputato, che non sono mai stati eseguiti. E ha concluso affermando che Mahmoudi ha agito proprio quel giorno, perché proprio quel giorno era fissata l’udienza davanti al giudice di pace che lo avrebbe rispedito in Tunisia.  Durante la requisitoria Mahmoudi, presente in aula, ha evidenziato alcuni passaggi ridendo platealmente. Il magistrato si è poi soffermato sulla premeditazione, sull’acquisto del coltello mesi prima, sull’esistenza – a dire del tunisino – di un complotto che avrebbe voluto farlo tornare in Tunisia. Un complotto ordito, nella mente dell’omicida, da don Roberto, dagli avvocati che lo avevano assistito negli anni passati, dal prefetto e dalle forze dell’ordine. Tutti traditori che andavano puniti.

Per Astori, però, Mahmoudi era sì un uomo afflitto da manie di persecuzione, ma non certo un pazzo. Linea condivisa in pieno dalla Corte, presidente Valeria Costi, e dai giurati popolari, che ha condannato l’imputato anche al risarcimento delle parti civili, i due fratelli di don Roberto per la somma simbolica di un euro ciascuno.

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