Scuola e lavoro: un binomio difficile e conflittuale

Scuola e lavoro: un binomio difficile e conflittuale

La riforma della scuola voluta dal governo Renzi non ha portato risultati apprezzabili. Il ministro della Pubblica Istruzione Bussetti vuole cambiare la riforma salvano alcuni punti di quella precedente

Di Alessia Saputo

Parlare del binomio scuola-lavoro vuol dire inevitabilmente riferirsi al decreto legislativo n. 107 del 2015 indetto dal governo Renzi, il cui comma 33 così recita: «Al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio. Le disposizioni del primo periodo si applicano a partire dalle classi terze attivate nell’anno scolastico successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della presente legge. I percorsi di alternanza sono inseriti nei piani triennali dell’offerta formativa».
A partire dal 2015 il nuovo decreto-legge ha stabilito un’innovativa metodologia didattica all’interno delle scuole superiori italiane, fondata sull’utopica cooperazione tra insegnamento in aula ed esperienza sul campo. L’obiettivo che ci si era predisposti era quello di conferire agli studenti strumenti utili che li aiutassero a creare un ponte tra il mondo teorico dell’apprendimento e quello pratico del lavoro. L’esempio sarebbe dovuto essere importante e significativo, tanto che il sito web dell’ex Premier Matteo Renzi riporta esattamente: «L’alternanza è sfruttamento? Assolutamente no! Anzi, è il contrario: è la valorizzazione del talento di ciascun studente in un percorso protetto di formazione». Il progetto, pensato come attività altamente formativa, nel tempo si è però rivelato inefficace e fallimentare, causa di numerosi malcontenti tra gli studenti italiani, proprio in seguito all’introduzione della riforma della cosiddetta “Buona Scuola”. Esso infatti vede gli studenti impegnati in mansioni non conformi al loro percorso di studi, conducendoli più volte a riunirsi in cortei per manifestare contro la mal organizzazione del piano didattico.
I ragazzi hanno spiegato come l’alternanza scuola-lavoro tolga molto tempo allo studio e alle loro attività extrascolastiche, ma anche di come le aziende si servano dell’inesperienza degli studenti per impegnarli in incarichi lavorativi ben oltre gli orari consentiti. L’idea che accomuna la maggioranza degli alunni è quella che un simile progetto sia stato immediatamente gestito e organizzato senza i dovuti accorgimenti, dimenticando di porre al centro dell’attenzione la scuola pubblica come entità a cui gli alunni dovessero fare riferimento, anziché a quella dell’azienda, che invece sarebbe dovuto essere il simbolo di una realtà ancora ben lontana.
A distanza di quattro anni dall’introduzione del programma di alternanza scuola-lavoro si può confermare come il binomio sia stato tanto di facile attuazione quanto di difficile riuscita poiché, come più volte affermato dagli studenti stessi, le aziende inserite all’interno del progetto non avrebbero tenuto conto dello “Statuto degli studenti e delle studentesse” previsto dalla legge in questione. Secondo i dati statistici una buona percentuale dei ragazzi sarebbe altamente insoddisfatta e definirebbe tutto ciò inutile per il rendimento scolastico e controproducente.
Tali ragioni hanno condotto il ministro dell’istruzione Marco Bussetti a intervenire su una questione così importante: «Non considero quello dell’alternanza scuola-lavoro come un esperimento da archiviare; anche in questo caso, come per tutti gli altri aspetti della cosiddetta “Buona Scuola”, l’obiettivo che mi sono prefisso sin dal mio insediamento è stato quello di affrontare e sciogliere i nodi emersi in questi anni di applicazione. Come è noto, la cosiddetta “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro; così facendo, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente, è stato letto come un obbligo, un dovere, non come un’opportunità da cogliere, sia per gli studenti sia per le strutture che si sono proposte di accoglierli presso di loro».
Sempre nella stessa occasione il ministro ha specificato che i prossimi interventi verteranno su una modifica dei punti deboli del progetto attraverso una legge di conversione del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”, in cui sì è prevista l’obbligatorietà dello svolgimento dell’alternanza scuola-lavoro per l’ammissione agli esami di Stato, ma con una considerevole riduzione delle ore minime di tirocinio.
La complessa organizzazione della scuola italiana e quella del lavoro così come le si concepiscono oggi lasciano pensare che un’unione tra le due parti, seppur pensabile, sia di ardua attuazione proprio in vista delle opposte esigenze. Al di là dell’esperimento dell’alternanza scuola-lavoro, qualsiasi alunno che decida di ottenere ottimi risultati troverebbe molta difficoltà nel dedicarsi ad una qualsiasi occupazione lavorativa e che anche per un lavoratore sarebbe impossibile ritagliarsi del tempo da dedicare allo studio. Affinché l’incastro tra le due realtà possa funzionare e rivestire il giusto ruolo educativo bisognerebbe rivedere attentamente sia il concetto di istruzione sia quello di lavoro.

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