
Il Governo pensa a come riconvertire i centri migranti in Alb
Il Governo italiano intende superare gli ostacoli posti dai tribunali per i centri migranti in Albania attuando alcune modifiche al decreto. L’intenzione è quella di intervenire prima del 25 febbraio, data in cui ci sarà la sentenza della Corte di giustizia europea, per rendere operativi questi centri, pronti da ottobre 2024 ma ancora vuoti.
L’ipotesi studiata dal Governo italiano per rendere di nuovo operativi i centri migranti di Shengjin e Gjader, rimasti vuoti dopo le ripetute bocciature da parte dei giudici di primo grado e delle Corti d’appello dei trattenimenti dei migranti, è quella di convertirli in Cpr (centri per i rimpatri) per gli irregolari già presenti in Italia e su cui pende un decreto di espulsione.
Dell’ipotesi si sarebbe già discusso venerdì scorso in una riunione tra Giorgia Meloni il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, oltre al sottosegretario di Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano.

Tommaso Foti e Giorgia Meloni
Che ci fosse un progetto era già stato confermato da Tommaso Foti, ministro per gli Affari esteri, che nel corso di una intervista aveva ammesso che il governo sta valutando “se intervenire con un nuovo provvedimento prima della sentenza” della Corte di giustizia europea.
Ma c’è anche chi consiglia di aspettare la decisione del tribunale, come il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che afferma: “Bisogna aspettare, secondo me, la sentenza della Corte di giustizia della Ue del 25 febbraio e le pronunce della Cassazione rispetto alle impugnative dei provvedimenti dei giudici di merito. Far stabilizzare l’intervento della giurisprudenza europea e nazionale e poi assumere le conseguenti decisioni“.
L’ipotesi del Governo è quindi quella di considerare Gjader come se fosse parte della provincia di Roma, una proposta già avanzata da Piantedosi che, al Consiglio giustizia e affari interni della Ue, ha chiesto di anticipare l’entrata in vigore del nuovo Patto asilo e immigrazione (previsto per il 2026) e di realizzare centri in Paesi terzi da utilizzare per il rimpatrio di immigrati irregolari presenti sul territorio europeo. Un’ipotesi che ha raccolto molti consensi e potrebbe confermarsi già nella direttiva rimpatri che Ursula von der Leyen ha annunciato per marzo.

Matteo Piantedosi
Ma alcuni giudici non sono convinti: Gjader non è territorio italiano, ma un pezzo di territorio albanese in cui vige la legislazione italiana regolata da un protocollo che è stato ratificato con legge sia dal Parlamento italiano che da quello albanese, il che non permette che un immigrato già in territorio italiano possa essere portato in Albania per il rimpatrio. Inoltre, sempre secondo i magistrati, per convertire il centro di Gjader in Cpr bisognerebbe comunque attendere l’entrata in vigore delle nuove norme Ue.
Nel caso in cui i centri in Albania venissero davvero convertiti il Cpr (garantendo la permanenza dei migranti fino a 18 mesi in attesa del rimpatrio), il Governo avrebbe vari vantaggi, a partire dalla difficoltà per i tribunali a bloccare di nuovo i trasferimenti con motivazioni giuridiche. L’esecutivo, in tal caso, potrebbe infatti dichiarare che le strutture sono italiane anche se fisicamente si trovano all’estero, evitando così l’accusa di “deportazione illegittima”.
Fino a oggi tutti i migranti che il Governo italiano aveva mandato in Albania sono dovuti rientrare in Italia a causa di varie sentenze dei giudici: prima il tribunale di Roma, poi la Corte d’appello (ma i magistrati erano gli stessi) con questa motivazione: la dubbia conformità, secondo i giudici, tra le norme Ue e la definizione di “Paesi sicuri”, ovvero quelli in cui i migranti possono essere immediatamente rimpatriati senza rischi.
Inoltre, sempre secondo i tribunali, ci sarebbe una violazione del diritto di difesa, dal momento che i migranti trasferiti in Albania potrebbero non riuscire a far valere i loro diritti in un sistema giudiziario estero.
