
Caso Cucchi, il superteste Francesco Tedesco: “A Stefano schiaffi e calci in faccia, poi mi minacciarono”
L'Arma si costituisce parte civile ma per il Sindacato Italiano Militare non basta. Il generale Nistri si deve dimettere
“Piuttosto che pensare di costituirsi parte civile sul caso Cucchi, a questo punto sarebbe stato forse più utile per la dignità dell’Arma dare le dimissioni, senza tanti equivoci e come segnale di discontinuità”. A parlare è Sergio De Caprio, l’attuale presidente del SIM (Sindacato Italiano Militare), riferendosi alla decisione del Comandante Generale dell’Arma, il generale Giovanni Nistri, di far costituire l’Arma come parte civile contro i militari coinvolti nell’uccisione di Stefano Cucchi. Nistri infatti si è pubblicamente impegnato, non solo a procedere disciplinarmente nei confronti dei responsabili del pestaggio e delle calunnie, ma anche a costituire l’Arma come parte lesa nel processo.
E, attraverso una lunga lettera, ha voluto esprime la sua vicinanza alla famiglia Cucchi, ed in particolare ad Ilaria, che da anni si batte affinché si faccia luce sulla morte del fratello. “Sabato scorso, a Firenze, nel rispondere a una domanda di una giornalista, pensavo a voi e alla vostra sofferenza – ha scritto il generale rivolgendosi proprio alla sorella di Stefano. – Pensavo alla vostra lunga attesa per conoscere la verità e ottenere giustizia. Mi creda abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà. La stragrande maggioranza dei carabinieri, come lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio, crede nella giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane vita sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria”. Per prendere seri provvedimenti è giusto però, secondo Nistri, accertare ogni responsabilità. “Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno – ha proseguito ancora. – Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita – ha aggiunto il generale – soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono”.
Se da una parte però il SIM è stato molto duro nei confronti del generale Nistri, chiedendone le dimissioni, non è dello stesso avviso il vice premier Luigi Di Maio che ha apprezzato molto la lettera a cuore aperto rivolta alla famiglia di Stefano. “La lettera, umana e autorevole, del comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, proprio a Ilaria Cucchi rappresenta a mio avviso una condotta esemplare da parte di un vero uomo delle istituzioni, che non ha mai cercato consensi né notorietà – ha scritto su Facebook. – Un messaggio, il suo, che è ben lungi dal poter essere interpretato come un’Arma “contro” i Carabinieri e che io, invece, considero un grande passo in avanti dello Stato. Grazie, generale Nistri, per il suo gesto”.
Intanto stamattina è iniziato il processo Cucchi-bis con la deposizione davanti alla Corte d’Assise del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che ha rivelato a nove anni di distanza che Stefano venne pestato da due suoi colleghi, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, imputati come lui di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. “Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile”, ha spiegato davanti ai giudici. Il superteste ha ricordato le fasi del pestaggio di Stefano nella caserma della compagnia Casilina la notte del suo arresto a Roma, il 15 ottobre del 2009, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al fotosegnalamento. “Al fotosegnalamento – ha spiegato Tedesco – Cucchi si rifiutava di prendere le impronte, siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Di Bernardo è proseguito. Quest’ultimo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto di smetterla ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbatté anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Quindi D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, a quel punto mi alzai e li allontanai da Stefano”. A detta di Tedesco fu Mandolini a costringerlo a mentire. “Il maresciallo Mandolini, quando gli chiesi come dovevamo comportarci se chiamati a testimoniare, mi disse che dovevo seguire la linea dell’Arma se volevo continuare a fare il carabiniere – ha aggiunto il teste. – Percepii una minaccia nella sue parole”. Poi però i sensi di colpa lo hanno spinto a raccontare la verità. “Adesso che sono stato sospeso dall’Arma, mi sento meglio, senza più intimidazioni e quelle pressioni – ha concluso Tedesco. – Sono più tranquillo perché mi sono accorto che non sono solo”.
Ilaria Cucchi si è detta soddisfatta delle dichiarazioni rese da Francesco Tedesco: “Dopo dieci anni di menzogne e depistaggi in quest’aula è entrata la verità raccontata dalla viva voce di chi era presente quel giorno”.
