Lavitola ai Pm sull’attentato a Ranucci: “Non sono stato io”

Lavitola ai Pm sull’attentato a Ranucci: “Non sono stato io”

Lavitola, ascoltato dai Pm, si avvale della facoltà di non rispondere, ma rilascia dichiarazioni spontanee per respingere l’accusa di essere il mandante del fallito attentato nei confronti di Sigfrido Ranucci.

Valter Lavitola, considerato dagli inquirenti il mandante del fallito attentato nei confronti di Sigfrido Ranucci, è comparso ieri davanti ai Pm della procura di Roma. L’imprenditore si è avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però alcune dichiarazioni spontanee per respingere le accuse contro di lui.

In merito ad alcuni dettagli emersi nel corso delle indagini, tra cui la presenza di Lavitola nei pressi dell’abitazione di Ranucci un mese prima dell’attentato, l’imprenditore ha sottolineato che in quel periodo si recava spesso nella zona, e ha precisato che con il giornalista di Report “Ci vediamo quasi tutti i giorni, le nostre famiglie si frequentano, andiamo a cena spesso. Abbiamo un’amicizia così stretta che è incompatibile con qualsiasi tipo di movente“.

Sull’altro punto delle indagini, ovvero il coinvolgimento di Gomes Clesio Tavares, considerato l’intermediario tcon gli attentatori, Lavitola ha chiarito che l’uomo non sarebbe poi stato inviato in Camerun per conto suo e per sfuggire alle indagini, ma per affari di lavoro personali.

Sigfrido Ranucci

Da parte sua, Ranucci ha dichiarato: “Non sento Lavitola da quando lo hanno perquisito. Ho deciso di non chiamarlo, per rispetto a chi sta indagando. E del resto non mi ha chiamato nemmeno lui. Non so cosa può aver detto ai magistrati, ma posso solo dire che Valter nell’estate dello scorso anno è venuto almeno due volte a cena a casa nostra a Campo Ascolano, mentre in un’altra occasione, mi sembra a metà settembre, è passato a trovarmi, ma io non ero in casa e quindi mi ha telefonato da lì. Io comunque ero sempre sotto scorta e non uscivo in strada, non so se qualcuno lo accompagnasse in queste visite”.

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