
L’espansione dell’italiano, una lingua in evoluzione fra neologismi e inquinamenti linguistici
La lingua italiana fra neologismi e inquinamento di parole Angloamericane. Un cammino difficile per salvaguardare la purezza della lingua
Come sarà l’italiano del prossimo futuro? La domanda sorge spontanea in questi ultimi, rocamboleschi dieci anni di cambiamenti. Le differenze linguistiche, oltre che tra persone adulte e anziani, sono ormai evidenti persino nel confronto fra i registri utilizzati dalle ultime generazioni dei giovani: nel 2019, infatti, si nota una certa divergenza fra le espressioni di un ragazzo di 19 anni e quelle degli adolescenti di 13 o 15.
Per quanto riguarda questi ultimi, si ha subito la percezione di avere a che fare con un’umanità cresciuta su internet, per la quale l’uso del computer e i contatti con i coetanei attraverso di esso costituiscono assolutamente la norma.
Il condizionamento linguistico dei termini presenti sui social e dei tanti anglicismi ormai del tutto assorbiti dalla lingua italiana nell’ambito dei media e dei giornali – dal verbo “friendzonare” alle parole “ghosting”, “influencer” ed “hater” – rappresenta una realtà immediata e usuale per chi, come la maggior parte degli attuali studenti delle medie, non è più abituato a leggere neppure un libro l’anno.
Certamente il fenomeno dell’espansione linguistica è un aspetto che ha sempre contraddistinto la naturale evoluzione dell’essere umano nei secoli, ma oggigiorno si verifica nell’epoca del massimo impoverimento culturale dell’italiano, usato il più delle volte in modo superficiale e inconsapevolmente.
Si tratta, quindi, di un’evoluzione cui soprattutto i giovani assistono senza possedere le basi linguistiche e terminologiche fondamentali per poterla comprendere, facendola propria in modo critico e attento.
Si sa, opporsi per principio ai cambiamenti non è mai un atteggiamento sano, ma è vero che ciascuno di noi è poi libero di valutare le conseguenze che tali mutamenti portano con sé, scegliendo di includerle per sempre nella propria esistenza, solo per un periodo o soltanto in parte. Queste ultime considerazioni possono essere riferite ovviamente anche al nostro italiano: se l’adattamento comune ai neologismi – dall’ormai famigerato “petaloso” a “pulmanista” e “legnameria” – rischia di provocare un evidente ed ennesimo fenomeno di consumo (analogo insomma a una “moda” specie per le giovani generazioni), allora è opportuno riflettere sulla vera natura di questo apparente arricchimento linguistico. A tal riguardo, nel 2017, è stato pubblicato un eloquente libro intitolato “Di cosa stiamo parlando?” (Enrico Damiani Editore), contenente i commenti di linguisti, scrittori e poeti in merito agli innumerevoli “tormentoni linguistici” dei nostri tempi, tali da far emergere un inquinamento verbale che sembra avere soprattutto la funzione di riempire un vuoto nella società. Quest’ultimo aspetto è confermato dal fatto che di recente ci si ritrova ad utilizzare sempre le stesse parole, fomentando un appiattimento linguistico riscontrato in primis fra gli adolescenti.

Sopra: la copertina del libro “Di cosa stiamo parlando?”
Eppure non si può certo affermare che i vocabolari si siano ristretti per lasciare spazio ai nuovi termini, anzi: l’ultimo Vocabolario Treccani dei neologismi raccoglie 3.505 modi di dire nati fra il 2008 e il 2018 – fra questi “no-vax”, “black Friday”, “ciaone” o “salvinata” – i quali dovrebbero aggiungersi alla già sterminata mole di nomi italiani testimoniando le metamorfosi degli stili di vita e dei costumi nell’ultimo decennio sino alla nostra attualità (immortalata dal discutibile riconoscimento della parola “Ferragnez”, scaturita dalla fusione dei cognomi dei coniugi Fedez e Chiara Ferragni).
È indubbio che tutto ciò sia sostenuto dalla stessa Accademia della Crusca – paradossalmente la paladina, nella storia, del purismo linguistico contro le ingerenze straniere – anche per motivi economici: le edizioni contemporanee dei vocabolari nell’Enciclopedia Treccani devono essere realmente tali al fine di vendere più copie. Non importa, dunque, che le parole da cui sono state integrate siano spesso una conseguenza delle odierne tendenze o delle ingenue domande di bimbi alla scoperta della loro lingua madre (molti dei neologismi da “petaloso” in poi sono stati proposti in questo modo).
È normale e meraviglioso che un bambino ponga degli interrogativi di tipo linguistico-esistenziale agli adulti, può esserlo meno, forse, l’aver trasformato i doverosi chiarimenti e le correzioni di un tempo in delle curiose (quanto inutili) invenzioni verbali.
Tag: lingua italiana, neologismi, inquinamenti linguistici, anglicismi, social, appiattimento linguistico, Accademia della Crusca, Vocabolario Treccani.
Giulia Dettori Monna
