Niente più note e sospensioni disciplinari: così i bimbi della primaria non conosceranno le conseguenze dei “no”

Al momento attuale la scuola italiana sembra trovarsi nell’ennesimo periodo di grande confusione: le figure degli insegnanti e dei presidi sono sempre più svalutate nelle loro autorità – paradossalmente, nella maggior parte dei casi dai genitori degli studenti – e le proposte relative ai programmi didattici di ogni grado scolastico cambiano di anno in anno.
Di recente poi sono state proposte due novità rilevanti: la reintroduzione del grembiule dal primo anno delle elementari alla terza media (secondo il Ministro dell’Interno Matteo Salvini), e l’abolizione delle note e di tutte le sospensioni disciplinari nella scuola primaria.
Quest’ultima decisione risale appena allo scorso 30 aprile, ed è il frutto di un emendamento alla riforma per la reintroduzione dell’educazione civica a scuola.
Per realizzare questo cambiamento è stato cancellato l’articolo 414 del Regio Decreto 1297 (risalente al 1928), il quale prevedeva sanzioni e punizioni “verso gli alunni che manchino ai propri doveri” riportando le seguenti note: “si possono usare, secondo la gravità delle mancanze, i seguenti mezzi disciplinari: ammonizione; censura notata sul registro con comunicazione scritta ai genitori, che la debbono restituire vistata; sospensione dalla scuola, da uno a dieci giorni di lezione; esclusione dagli scrutini o dagli esami della prima sessione; espulsione dalla scuola con la perdita dell’anno scolastico”.
A tal riguardo le reazioni delle molte personalità italiane coinvolte sono state molteplici: dall’affermazione del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli (“È un atto di civiltà educativa”), a quella opposta del portavoce delle “Famiglie cattoliche” Lodolo d’Oria (“Un grosso errore, si va avanti nel togliere strumenti agli insegnanti e riferimenti per bambini e adolescenti”). È curioso invece che il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti neghi il provvedimento stesso, avendo dichiarato a Radio Capital che “Abolito un vecchio decreto, resta in vigore il decreto legislativo del 2009 che stabilisce le sanzioni”.
In generale è indubbio che non si tratti di un argomento semplice: le relazioni da instaurare con un pubblico estremamente delicato quale quello dei bimbi fra i 6 e i 10 anni non devono certo indulgere nell’uso delle punizioni – tant’è vero che le misure più severe di cui sopra non sono mai state applicate se non in casi eccezionali – ma è certo che al giorno d’oggi i principali problemi legati all’attività dell’insegnamento siano relativi all’ambito disciplinare.
Nelle classi – troppo spesso in sovrannumero – di ogni livello dell’istruzione è difficile non trovare casi di studenti ingestibili, perché del tutto privi di un’educazione o addirittura sostenuti dalle famiglie nel ripetere atteggiamenti irrispettosi (quando non aggressivi), nei confronti degli insegnanti e degli stessi compagni.
A tal riguardo, per altro, è interessante notare come gli emendamenti approvati in questo ambito siano proposti senza interpellare prima gli stessi docenti, gli unici in grado di esprimere delle considerazioni valide sull’ormai vexata quaestio dei provvedimenti disciplinari di cui sembrano essere sempre più privi.
In particolare da parte dello Stato risulta evidente la mancanza di un chiaro orientamento pedagogico rivolto alla tutela delle categorie deboli nel mondo dell’istruzione: gli episodi di bullismo e violenza infatti – di solito nell’ambito della scuola secondaria di primo grado, ma spesso le età dei ragazzi colpiti sono inferiori – risultano essere una realtà in espansione triste e preoccupante, specie se si considerano gli esiti gravi che possono verificarsi fra le vittime di queste situazioni.
In effetti l’unica soluzione concreta sarebbe un certo ripristino della figura dell’insegnante, nuovamente elevata al ruolo sociale dotato di dignità e assoluta credibilità che le è appartenuto per secoli.
Ecco, quindi, perché l’idea contenuta nelle nuove norme del Patto di corresponsabilità educativa sull'”affrontare le mancanze degli studenti delle elementari rafforzando la collaborazione con le famiglie” – per altro un’affermazione del tutto vaga dal momento che non spiega minimamente come fare – potrebbe costituire in futuro dei problemi seri: se molti genitori sono sordi – quando non ostili! – alle osservazioni e ai consigli dei docenti, come può essere possibile la “collaborazione” di cui si parla? L’ardua sentenza passerà, inevitabilmente, ai maestri di domani, futuri testimoni dell’ennesima, discutibile riforma scolastica.

Tag: scuola italiana, scuole elementari, insegnanti, riforme scolastiche, provvedimenti disciplinari, famiglie, orientamenti pedagogici.

 

Giulia Dettori Monna

 

 

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