L’Iran oggi al voto per le presidenziali, tra l’influenza dell’ayatollah e le certezze su Raisi
Oggi, dopo il via libera dell’ayatollah Ali Khamenei, si sono ufficialmente aperte le urne per decidere chi sarà l’ottavo presidente della repubblica islamica dell’Iran. I risultati delle elezioni, alle quali sono chiamati a partecipare 60 milioni di cittadini, sono attesi per la giornata di domani. Il favorito, già da tempo, sembra essere Ebrahim Raisi, ma un risultato inaspettato potrebbe arrivare dal suo diretto rivale Abdolnaser Hemmati.

Ebrahim Raisi
Oggi si svolge una delle tornate elettorali più delicate della storia dell’Iran sin dalla rivoluzione del 1979, che di fatto tramutò la monarchia del paese in una Repubblica islamica sciita. Il nuovo presidente dovrà sostituire l’uscente Hassan Rouhani, ormai giunto al termine del limite dei due mandati. Elettori ed osservatori sono convinti che a vincere sarà l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, che dopo gli otto anni del moderato Rouhani sposterà a destra l’amministrazione del paese, peggiorando in questo modo le relazioni con gli Stati Uniti e l’Occidente. Ma il risultato potrebbe non essere così scontato, e molte sorprese potrebbero arrivare dal rivale più diretto di Raisi, Abdolnaser Hemmati.

Abdolnaser Hemmati
Dei sette nomi iniziali, autorizzati dal Consiglio dei Guardiani dopo aver esaminato ben cinquecento candidature, ne sono rimasti solo quattro: i già citati Raisi ed Hemmati, oltre ai meno favoriti Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi e Mohsen Rezaei, in corsa per il voto che si concluderà entro la mezzanotte iraniana (21:30 in Italia) ma potrebbe richiedere qualche ora in più.
Fino a pochi anni fa le elezioni iraniane si basavano su criteri più religiosi che politici. Si dibatteva soprattutto sulla necessità che la Repubblica del paese entrasse nel merito di situazioni private e di poco conto, come la lunghezza della barba degli uomini, il velo delle donne, il matrimonio, la sharia o altro, poiché le questioni più importanti, il lavoro, l’istruzione, l’economia e persino qualche concessione a lussi e chirurgia estetica erano comunque garantite dalla costante crescita dell’Iran, divenuto nel frattempo uno dei paesi più colti e industrializzati della zona.
Al termine del mandato di Mahmud Ahmadinejad ad agosto del 2013 divenne presidente Hassan Rouhani, che pur essendo una personalità politica piuttosto grigia (né riformista, né conservatore) nel corso dei suoi due mandati riuscì comunque a siglare uno storico accordo sul nucleare con l’allora presidente americano Barack Obama, aprendo così l’Iran al turismo, all’innovazione e agli investimenti. Insomma, di soldi ne portò più o meno per tutti. Poi arrivò Donald Trump ad annullare tutti gli accordi e a imporre pesanti sanzioni per chiunque facesse affari con Teheran, causando tra l’altro un crollo del rial, la valuta iraniana.
Le elezioni di oggi capitano in un momento molto delicato per la politica e la società dell’Iran. Il paese esce dai suoi anni più tesi nelle sue relazioni con gli Stati Uniti, causati dalle scelte dell’amministrazione Trump, e la sua economia risente ancora di una pessima gestione della pandemia. In questo scenario sociopolitico la vera notizia non sono quindi le elezioni, ma la partecipazione del popolo iraniano, che si dice ormai sfiduciato dal sistema e poco disponibile ad andare a votare.
Pesa molto, in questo, anche il funzionamento elettorale iraniano. Il paese dal 1979 è di fatto governato da un regime autoritario islamico e le elezioni non sono libere né democratiche. I candidati, come abbiamo accennato poco sopra, devono superare il rigido (e talvolta arbitrario) sistema di selezione e l’approvazione formale del Consiglio dei Guardiani, in genere molto vicino ai conservatori e talmente influente da aver escluso già alla fine di maggio la quasi totalità dei candidati moderati, tra cui Eshaq Jahangiri, già vice di Rouhani.
Anche in caso di selezione e di vittoria in seguito a suffragio universale, il presidente eletto ha ben poco potere, che è invece concentrato nelle mani dell’ayatollah, oggi Ali Khamenei (successore di Ruhollah Khomeyni) al quale spetta di fatto l’ultima decisione sull’apparato giudiziario e su molte altre questioni politiche, religiose e sociali. Insomma, in Iran esistono due strutture parallele: quella del presidente eletto più o meno regolarmente, e quella del vero potere decisionale dell’ayatollah.

L’ayatollah Khamenei
In questo scacchiere si colloca la posizione di Raisi. Candidato preferito dell’ayatollah, del quale è anche considerato il potenziale successore, ha un passato piuttosto controverso che risale principalmente al 1988, quando alla fine della guerra tra Iran e Iraq fece parte delle “Commissioni della morte” che ordinarono l’esecuzione in massa di migliaia di combattenti, dissidenti e prigionieri politici.
Più di recente, a capo del sistema giudiziario dell’Iran, Raisi si è dato molto da fare per limitare l’uso di internet, come ha raccontato Mahsa Alimardani, ricercatrice all’Oxford Internet Institute. “Raisi ha lavorato per restringere gli spazi online che godevano di una certa libertà” ha infatti dichiarato Alimardani ai microfoni di BBC News “Ha arrestato gli amministratori di gruppi Telegram o singoli utenti di Instagram che postavano contenuti a favore dei diritti delle minoranze, degli omosessuali, o contro l’obbligo di indossare l’hijab per le donne”.

Elezioni in Iran
Ma nonostante i favori dell’ayatollah, la debolezza dei candidati moderati, la rassegnazione degli elettori e la sua posizione di giudice di più alto grado dell’Iran, la vittoria di Ebrahim Raisi non è poi così certa. Una grossa e inaspettata sorpresa potrebbe arrivare dal suo rivale più diretto, Abdolnaser Hemmati, già governatore della Banca centrale iraniana.
Le carte a favore di Hemmati non sono poche: la sua abilità di economista che gli ha permesso in passato di gestire situazioni complesse come quella in cui si trova l’Iran di oggi, la sua modestia che potrebbe attirargli le simpatie sia dei riformatori sia dei riformisti, la sua popolarità, aumentata in seguito a una riuscita intervista rilasciata alla TV di stato insieme alla moglie Sapideh Shabestari, e i suoi ottimi rapporti con l’attuale amministrazione, al punto che lo stesso Hemmati ha promesso che in caso di vittoria manterrà molte figure politiche al loro posto, incluso l’attuale potente ministro degli Esteri, Javad Zarif.
