Afghanistan: Kabul conquistata dai talebani. Dichiarato l’Emirato islamico
Oggi anche Kabul, l’ultima importante città rimasta in mano al governo afghano, è stata presa dai talebani, che hanno anche occupato il palazzo presidenziale dopo la fuga di Ashraf Ghani, che ha poi dichiarato “Hanno vinto, ora i talebani tutelino gli afghani”.

Le milizie talebane, con la conquista di Kabul, hanno annunciato la fine delle ostilità e la nascita dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. In queste ore si starebbero svolgendo già i primi colloqui per formare “Un governo islamico aperto e inclusivo”. Parole confermate dal Mullah Abdul Ghani Baradar, il principale negoziatore dei talebani, che tramite un video ha promesso “serenità”.

Mullah Abdul Ghani Baradar
Da parte loro le milizie hanno dichiarato di essere entrate nella città per garantire l’ordine dopo il caos di questi ultimi giorni, ma in verità la situazione a Kabul è solo peggiorata, con sparatorie nelle strade, diplomatici, civili e personale straniero in fuga e la popolazione nel panico.
La presa di Kabul è l’episodio finale di una veloce operazione durata meno di due settimane, durante la quale i talebani (termine in verità improprio, poiché indica gli studenti delle scuole coraniche incaricati della prima alfabetizzazione) hanno a mano a mano preso il controllo di tutte le principali città del paese incontrando ben poca resistenza: Zaranj, Shebergan, Sar-e-Pul, Kunduz, Taloqan, Aybak, Farah, Pul-e-Khumri, Faizabad, Ghazni, Kandahar, Herat, Lashkar Gah e ora Kabul.
Poco prima che il palazzo presidenziale venisse occupato dalle milizie, l’ormai ex presidente afghano aveva già abbandonato la capitale, spiegando il suo gesto con un post su Facebook dove dichiarava la sua volonta di evitare così “Un bagno di sangue”. Ghani, insieme a sua moglie, al consigliere per la sicurezza nazionale e al capo dello staff è poi atterrato a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan.

Ashraf Ghani
Subito dopo la fuga dell’ex presidente sono iniziati i disordini a Kabul, con più di 40 feriti e, sembra, almeno cinque persone morte all’aeroporto nel tentativo di abbandonare il paese. Immediata la chiusura delle varie ambasciate straniere e l’evacuazione del personale, sia diplomatico che civile, con un appello sottoscritto da oltre 60 Paesi tra i quali, Usa, Francia, Germania, Italia, Australia, Canada, Giappone, Corea, Qatar.
La Gran Bretagna in particolare ha assicurato di poter evacuare almeno 1500 suoi cittadini nelle prossime ore, mentre la Turkish Airlines ha immediatamente sospeso tutti i voli commerciali e turistici, pur mantenendo quelli per i rimpatri. Per quanto riguarda l’Italia, nel momento in cui scriviamo all’aeroporto di Fiumicino è atterrato un Kc767 dell’Aeronautica Militare che ha rimpatriato 74 persone tra personale d’ambasciata, civili italiani e anche una ventina di ex collaboratori afghani, che a Kabul rischiavano ritorsioni.
Le origini
Facciamo un passo indietro per inquadrare meglio questa situazione. Nell’aprile del 2002, pochi mesi dopo l’attacco alle torri gemelle, l’allora presidente americano George W. Bush inaugurò un’azione denominata Nation Building con la quale, almeno in teoria, gli USA avrebbero aiutato gli afghani a creare nel loro paese un governo democratico e basato su standard occidentali. L’operazione, per la quale finora sono stati spesi almeno 133 miliardi di dollari, era destinata anche ad evitare che l’Afghanistan continuasse a essere un ritrovo del terrorismo.
Fu un fallimento: da una parte l’instabilità provocata dalle ingerenze americane portò a un aumento della corruzione a Kabul, dall’altra le truppe afghane, poco addestrate e mal equipaggiate, non riuscirono mai a fare a meno del supporto logistico, armato e aereo degli Stati Uniti. Tra l’altro si creò un generale sentimento di sfiducia della popolazione nei confronti del governo afghano, in teoria indipendente ma in verità legato agli USA, che di rimando generò un sostegno politico e popolare sempre più forte nei confronti dei talebani.
Fatte le dovute proporzioni, è un po’ quel che è successo nel corso dell’ultimo conflitto tra Israele e Palestina, quando gran parte della popolazione palestinese appoggiò Hamas come reazione all’inerzia e al disinteresse della sua controparte, Al-Fatah.
Questa situazione, protrattasi per venti anni, ha generato quindi due cause, che sono alla base della rapida ascesa dei talebani in Afghanistan: la sfiducia del popolo nei confronti del governo regolare, che ha causato la vittoria politica (ben prima di quella militare) dei talebani, e la grave dipendenza dagli USA, che ha reso le forze di sicurezza afghane impreparate ad affrontare l’avanzata dell’Emirato islamico.
Una situazione, questa della debolezza dell’esercito regolare, che non è sfuggita nemmeno a Zamir Kabulov, inviato presidenziale russo per l’Afghanistan: “Credevamo che l’esercito afgano, qualunque esso sia, avrebbe mostrato resistenza per qualche tempo. Tuttavia, sembra che siamo stati troppo ottimisti sulla qualità delle truppe addestrate dagli americani e dalle forze della Nato: sono fuggiti al primo sparo”. Tra parentesi, il materiale bellico fornito dagli Stati Uniti all’esercito afghano è ora in mano ai talebani.

Ora l’Afghanistan tornerà a essere un Emirato islamico, come negli anni precedenti al 2001. A guidare questa fase, almeno agli inizi, sarà il Mullah Abdul Ghani Baradar. Da parte loro i talebani dichiarano di essere cambiati di molto in questi venti anni e che a questo giro, tra le altre cose, consentiranno l’istruzione e rispetteranno i diritti umani, in particolare quelli delle donne.
Ma sono in pochi a crederci: “Sono profondamente preoccupata per le donne, le minoranze e i difensori dei diritti umani“, ha scritto ad esempio Malala Yousafzai, attivista e premio Nobel per la pace.
Ma c’è anche chi sembra fidarsi: “Gli afghani non hanno motivo di lasciare il paese, paure infondate” ha detto Dmitry Zhirnov, ambasciatore russo in Afghanistan “In qualsiasi Paese, quando il governo cambia, in particolare all’improvviso, alcune persone preferiscono andarsene. Non tutti hanno la possibilità di lasciare il Paese in elicottero come il presidente Ghani e i membri della sua cerchia ristretta. La gente cerca di andarsene in base alle proprie valutazioni e paure. Tuttavia, molte delle loro paure sono infondate. Per quanto ne so, i talebani hanno detto agli esperti che hanno collaborato con i Paesi occidentali di non partire, dicendo che lavoreranno con loro”.
In questo scenario si sta affacciando un paese molto interessato alla nuova situazione in Afghanistan: la Cina. Pechino ha infatti iniziato da qualche tempo delle operazioni diplomatiche con l’Emirato, spinto sia dall’allontanamento del suo storico rivale, gli USA, sia dalle numerose ricchezze afghane. Le donazioni internazionali (anche da parte di cittadini privati in Arabia, Pakistan, Iran e Golfo), le decime imposte ai contadini, le miniere montane e il traffico di oppio rendono infatti questa zona una delle più ricche del medio oriente.
