
Delitto di Garlasco: nuove ombre sulla morte di Chiara Poggi
Un biglietto anonimo lasciato sulla tomba di Chiara Poggi, con scritto una frase scritta a mano: A uccidere Chiara è stato Marco”. Nessun cognome, nessuna spiegazione. Solo un messaggio capace di riaprire ferite mai rimarginate e interrogativi mai risolti.
Nell’ottobre del 2007 Rita Preda, madre di Chiara, racconta l’episodio in una telefonata intercettata con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni: “Tremo ancora adesso”, dice al legale, spiegando di aver già riferito tutto ai carabinieri. Quel foglietto, trovato sulla porta della cappellina del cimitero, conteneva una frase diretta: “A uccidere Chiara è stato Marco”.
Alla domanda dell’avvocato se si trattasse di Marco Panzarasa, amico di Alberto Stasi, Rita Preda risponde con incertezza: nel biglietto non c’era nessun cognome. Un dettaglio che apre scenari ma non offre certezze.
Un messaggio anonimo come altri, ricevuti nel tempo dalla famiglia Poggi: mitomania, provocazione, o tentativo di depistaggio? Domande senza risposta.
Ma ciò che colpisce maggiormente non è solo il contenuto del biglietto, bensì il contesto che emerge da quella conversazione. Già nel 2007, le indagini appaiono subito appare fortemente indirizzate verso Alberto Stasi. Lo stesso Tizzoni, parlando con Rita Preda, sottolinea come l’assenza di impronte di estranei e la presenza di tracce in casa rendano “molto difficile” per Stasi dimostrare la propria innocenza.
Oggi, la famiglia Poggi difende la verità sancita dalle sentenze, ma quelle intercettazioni del 2007 raccontano una fase iniziale fatta di incertezze, ipotesi alternative e paura: paura di non sapere, paura di scoprire, paura che la verità potesse essere diversa da quella che si stava costruendo.
Il biglietto con il nome “Marco” resta un frammento oscuro, forse irrilevante, forse solo il gesto di un mitomane. Ma è anche il simbolo di un caso che, continua a generare domande. Perché il delitto di Garlasco non è solo una vicenda giudiziaria mA e soprattutto una storia italiana in cui il confine tra verità processuale e verità percepita resta, ancora oggi, dolorosamente sottile.
