
Ergastolo per il boss Nino Madonia: “E’ stato lui ad uccidere l’agente Nino Agostino e la moglie Ida”
La decisione di ieri arriva dopo un iter giudiziario travagliatissimo, fatto di piste e di depistaggi, di approfondimenti e perizie e di diverse richieste di archiviazione. Finché a febbraio del 2017 la Procura generale non aveva avocato l'indagine da cui è nato il processo che si è concluso adesso in primo grado per Madonia. Per lui il sostituto procuratore della Dna, applicato per il processo, Domenico Gozzo, e il sostituto Umberto De Giglio avevano chiesto proprio l'ergastolo.
A quasi 32 anni dal duplice omicidio, il gup Alfredo Montalto ha condannato il mafioso di Resuttana che ha scelto di essere processato con il rito abbreviato. Il giudice ha anche disposto il rinvio a giudizio per Gaetano Scotto e Francesco Paolo Rizzuto. La coppia venne trucidata a Villagrazia di Carini il 5 agosto del 1989“.
Sono trascorsi quasi 32 anni, da quando il poliziotto Nino Agostino venne trucidato assieme alla moglie, Ida Castelluccio, che portava in grembo una bimba di cinque mesi. Ieri, dopo oltre tre decenni, è arrivata una prima risposta dello Stato. Il gup Alfredo Montalto ha infatti deciso di condannare all’ergastolo il boss Nino Madonia, processato con il rito abbreviato, mentre per il boss Gaetano Scotto e l’amico di Agostino, Francesco Paolo Rizzuto ha disposto il rinvio a giudizio. Il processo per loro inizierà davanti alla prima sezione della Corte d’Assise il 26 maggio. I primi due imputati rispondono del duplice omicidio, mentre il terzo è accusato di favoreggiamento aggravato.
Alla lettura del dispositivo, nell’aula bunker del carcere Ucciardone, c’era una grande assente (che, per chi crede, forse invece era presente più che mai) ed è la madre dell’agente, Augusta Schiera, deceduta a 80 anni il 28 febbraio del 2019, senza conoscere la verità sull’uccisione del figlio, della nuora e della nipotina che non ha mai visto la luce, ma che è anche lei una vittima innocente della mafia. Era stata profetica, Augusta Schiera, quando disse: “Quando morirò i miei cari sanno che sulla mia lapide dovranno scrivere: ‘Qui giace Augusta Schiera, mamma dell’agente Nino Agostino, una donna in attesa di verità e giustizia anche dopo la morte'”.
La condanna
La coppia venne ammazzata il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini, davanti al cancello della loro casa. A sparare, secondo la ricostruzione dell’accusa, furono due killer a bordo di una moto di grossa cilindrata, ritrovata bruciata non lontano dal luogo del duplice delitto. Oltre ai parenti delle vittime, assistiti dall’avvocato Fabio Repici, sono parte civile nel processo anche il ministero dell’Interno, la presidenze del Consiglio dei ministri, la Regione, il Comune, il Centro Pio La Torre (rappresentato dagli avvocati Ettore Barcellona e Francesco Cutraro) e Libera. Oltre a condannare Madonia, il gup ha disposto che debba risarcire tutti. A Vincenzo Agostino e alla moglie ormai defunta dovranno andare 100 mila euro ciascuno, per esempio.
La difesa di Madonia
I difensori di Madonia, gli avvocati Valerio Vianello e Vincenzo Giambruno, hanno respinto con fermezza le tesi dell’accusa, puntando soprattutto sulla scarsa attendibilità dei collaboratori di giustizia, che avrebbero in alcuni casi reso dichiarazioni a rate e de relato, come Vito Galatolo. Inoltre, per la difesa non reggerebbe proprio il movente del delitto individuato dalla Procura generale. Dopo la sentenza, i legali hanno spiegato che attendono di leggerne le motivazioni e che la impugneranno in appello.
Le indagini e i depistaggi
La decisione di ieri arriva dopo un iter giudiziario travagliatissimo, fatto di piste e di depistaggi, di approfondimenti e perizie e di diverse richieste di archiviazione. Finché a febbraio del 2017 la Procura generale non aveva avocato l’indagine da cui è nato il processo che si è concluso adesso in primo grado per Madonia. Per lui il sostituto procuratore della Dna, applicato per il processo, Domenico Gozzo, e il sostituto Umberto De Giglio avevano chiesto proprio l’ergastolo. Tra l’altro, durante l’ultima inchiesta, si era pensato anche di aver ritrovato l’arma con cui la coppia era stata uccisa. Ma una perizia compiuta su un revolver (scovato assieme ad un arsenale di Cosa nostra a San Giuseppe Jato nel 1996) aveva poi escluso che potesse essere quella la pistola usata per il duplice omicidio che, alla fine, non è mai stata ritrovata.
