La conversione all’Islam di Silvia Romano

Nella prima intervista dalla sua liberazione la giovane cooperante ha raccontato come è diventata musulmana. Ma potrebbe anche trattarsi di uno stato psicologico temporaneo indotto dalle sofferenze subite durante la prigionia.

A distanza di due mesi dalla liberazione e dal ritorno in Italia, Silvia Romano ha rilasciato la prima intervista al giornale online “La Luce”, notoriamente vicino alla comunità islamica lombarda. La giovane cooperante milanese, rapita in Kenya e tenuta in ostaggio per 18 mesi dal gruppo terroristico Al-Shabaab, ha raccontato la sua conversione all’Islam, maturata nel corso della lunga prigionia in Somalia e resa evidente sin dal suo arrivo all’aeroporto di Ciampino, dove lo scorso 10 maggio si era presentata coperta dal velo e fasciata in una veste tradizionale islamica. Silvia Romano spiega di essersi avvicinata alla religione musulmana subito dopo il rapimento, avvenuto nel piccolo villaggio di Chakama dove si trovava per un periodo di volontariato per conto della onlus Africa Milele: “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? È un caso o qualcuno lo ha deciso?”. Inoltre, ha tenuto a precisare di non essere stata obbligata né plagiata ma di essere diventata musulmana per libera scelta, chiedendo essa stessa ai suoi aguzzini di poter leggere il Corano: “Quando già ero nella mia prigione, ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito per i miei peccati, perché non credevo in Lui, perché ero anni luce lontana da Lui”. In particolare, la sua conversione avrebbe avuto origine lo scorso gennaio: “Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia; gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui”. La giovane cooperante, infine, ha chiarito anche la sua decisione di indossare il velo islamico: “Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima”.

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