L’italiano negli anni 2000: quella lingua che in Italia ormai non si parla più

L’italiano negli anni 2000: quella lingua che in Italia ormai non si parla più

L'italiano dopo decenni di oscurantismo sta conoscendo una nuova fase di espansione e di studio a livello internazionale ma paga lo scotto dell'invasione di parole straniere sempre più presenti nella lingua e neologismi senza nessun significato che sanciscono di fatto la morte dell'italiano come lo ha concepito padre Dante Alighieri

di Giulia Dettori Monna

Recentemente la lingua italiana è stata oggetto di lunghe e complesse polemiche relative alla sua nuova identità formale, sempre più aperta a neologismi e parole straniere. I media e le accademie linguistiche in Italia (a cominciare dalla storica Crusca), si sono interessati al tema centrale nell’ambito di queste discussioni: quali siano le conseguenze dovute alle innumerevoli contaminazioni linguistiche – specie da parte del mondo anglosassone – subite dall’italiano dai primi anni della globalizzazione sino ad oggi.
A tal proposito bisognerebbe sottolineare che, forse, al di là delle controverse affermazioni pronunciate nell’ultimo decennio sul nostro linguaggio – tra le quali è necessario ricordare la diatriba sulla sua presunta rigidità scaturita dalla proposta di introduzione del neologismo petaloso – la reale ragione di un simile dibattito sia da ricercare nella parola “crisi”.
In una società caotica quale quella in cui viviamo, infatti, ormai priva di punti di riferimento, le tesi sulla qualità dell’italiano odierno sono diventate effettivamente molte, dunque risulta davvero difficile individuare la teoria più oggettiva e attendibile al riguardo.
Tuttavia, semplificando al massimo la questione e dividendo i vari punti di vista in due gruppi, si può parlare di conservatori (o puristi) e riformisti: da una parte quindi c’è chi considera l’attuale lingua addirittura come la principale vittima di un certo neocolonialismo linguistico – ad esempio il giornalista di MicroMega Giacomo Russo Spena, autore dell’eloquente libro Itanglese – dall’altra chi reputa tali influenze anglofone un eccezionale arricchimento linguistico (per citare qualche nome fra i più autorevoli, Giovanni Iamartino, storico della lingua, o il linguista Salvatore Claudio Sgroi).
Evitando di entrare troppo nel merito di una delle più agguerrite battaglie culturali dei nostri tempi, rimane indubbio che, a causa della (spesso difficile) coesistenza della lingua italiana con le parole straniere, siano innanzitutto le nuove generazioni a risultare le più ignoranti in grammatica. Complice anche l’avvento di Facebook e dell’estrema sintesi espressiva che ne consegue, i giovani leggono poco e scrivono ancora meno, riducendo le loro risposte positive all’onnipresente “ok” ed evitando di conoscere la straordinaria ricchezza della loro madrelingua.
A tal proposito, senza tirare in ballo la giusta campagna della sociologa Annamaria Testa (#dilloinitaliano), è sufficiente parlare con un insegnante per avere l’assoluta certezza di quanto appena affermato: nei temi sempre più poveri di troppi adolescenti del 2000 i verbi sono noti appena, la punteggiatura è spesso inesistente e le regole di accenti e apostrofi risultano mai pervenute (anzi, oggi rischiano quasi di essere abolite perché cadute in disuso). Insomma, l’italiano in Italia non è più di moda, come si evince anche dalla valanga di commenti sgrammaticati sui social in risposta ai quali si rischia di essere addirittura insultati o apostrofati come degli “arroganti professorini”. La situazione è tanto grave da aver indotto persino la Crusca a sdoganare – seppure non in contesti ufficiali – espressioni tipiche dei dialetti del Sud Italia come “Esci il cane” e “Siedi il bambino”.

Sopra: un’immagine dell’Accademia della Crusca, la prima a bocciare gli anglismi.

Che fare, quindi, per salvare la grammatica italiana? Probabilmente la soluzione più lampante consiste in un po’ di rinnovato patriottismo: l’italiano è la quarta lingua più parlata nel mondo, una lingua necessaria ai migranti quanto agli studenti in Erasmus, una lingua che paradossalmente, proprio grazie alla globalizzazione, è tornata in auge a livello mondiale come non accadeva da un pezzo.
Un successo insperato e importante, da consolidare con un’opera di rinnovata scoperta che, lungi dall’essere conservatorismo, diventa ogni giorno più necessaria, specie nel mare magnum dei neologismi, degli anglicismi e degli ignorantismi – termine non ortodosso ma pertinente – della nostra epoca.

Giulia Dettori Monna

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