Se l’educazione musicale diventasse una storia (cambiando la scuola italiana)
In Italia la polemica sulla mancanza o l’insufficienza dell’insegnamento relativo alla musica nelle scuole è una tematica sempre attuale, nonostante le tante riforme varate anche recentemente e le innumerevoli proteste da parte dei musicisti: dalle battaglie burocratiche sul riscatto dei diplomi di “vecchio ordinamento” nei Conservatori (vere e proprie lauree magistrali), si può retrocedere nel tempo sino all’epoca di Benedetto Croce, periodo di riferimento per l’inizio delle riflessioni filosofiche al riguardo.
Quando nel 1902 l’Estetica Crociana decretò la definitiva svalutazione, agli occhi della società, della musica, relegandola al ruolo di “comparsa” nella rinascita delle altre arti, erano già in atto le conseguenze del grande ritardo nel riconoscimento dell’arte musicale, un problema presente nell’immaginario occidentale e in modo particolare italiano sin dal ‘700.
In effetti la stessa critica relativa alla musica apparve ufficialmente nell’ambito del giornalismo moderno in Italia solo nel 1918, con la rivista omonima intitolata appunto La Critica Musicale (1918-1923). Il suo fu un exploit sobrio, senza pretese: si presentava con un formato medio-piccolo e privo di illustrazioni, usciva una volta al mese e costava appena una lira.
Eppure il periodico di Luigi Parigi (1883-1955) aveva un grande merito: quello di voler essere il primo divulgatore culturale della musica, trattandola con la dignità che ha sempre meritato.
L’avvento della critica fornì un contributo non indifferente al pensiero educativo sulla divulgazione dell’arte musicale: l’atto del criticare in sé, infatti, implica una conoscenza precisa dei diversi generi della musica, aspetto che per chi indaga questo specifico quanto complesso universo artistico non può prescindere anche dalla pratica di uno strumento (di cui non si pretende un dominio assoluto, ma la consapevolezza insita nella scelta di suonare prima di tutto perché coinvolti da una passione).
Le figure del musicologo dunque e più che mai del docente di musica, se estranee all’esercizio e quindi alla pratica musicale, rischiano di allontanarsi dall’approfondimento relativo a un altro, imprescindibile ramo della didattica: la storia della prassi e dell’interpretazione, senza la quale non è possibile comprendere l’apporto della musica all’evoluzione del pensiero umano sull’arte.
Tornando alla Critica musicale, possiamo dire che il programma espresso dagli esponenti di questo nuovo esperimento prima di tutto letterario fu decisivo anche per la successiva conferma dell’educazione musicale nelle scuole: sin dal 1894, grazie alla legge Baccelli, il canto era stato inserito come materia scolastica facoltativa, ma diventerà parte integrante del piano didattico solo nel 1923 grazie a Giuseppe Radice e Giovanni Gentile.
Si sa, la conoscenza musicale intesa come sintesi perfetta di teoria e pratica è un’esclusiva di chi vi dedica parte della propria vita, ma oggi rimane il problema di coinvolgere il più possibile un numero sempre maggiore di giovani nell’istituzione di un background conoscitivo al riguardo. Eccoci quindi alla riflessione più delicata in merito: com’è più opportuno e proficuo insegnare un’arte così difficile – perché frutto anche di studi comparati fra culture umane diverse – e più nello specifico insegnarla ai ragazzi dai 12 anni in su? L’interrogativo è tuttora aperto e ha suscitato polemiche da parte di tanti musicisti: Ennio Morricone, nel marzo 2012, ha sottolineato quanto l’educazione musicale nelle scuole italiane sia un disastro, inasprito dai suoni stonati dei flauti dolci. Inutile dire che la pratica musicale ridotta alla mediocrità di poche note apprese senza un rigoroso programma (nonché interesse da parte dei singoli) è quanto di peggio si possa proporre.

Sopra: un’immagine relativa all’ora di educazione musicale nelle scuole medie.
La risoluzione del dilemma richiederà, forse, un altro secolo di lavoro dedicato al consolidamento della stima che quest’arte si è guadagnata con grande fatica, ma ne varrà la pena: il processo per l’istituzione di programmi didattici che includano anche la storia della musica è ormai stato innescato (e, è il caso di dirlo, soprattutto a “suon” di appelli pubblici).
Ciò che manca ancora, tuttavia, è l’idea della musica ideata dall’uomo e per l’uomo, concepita innanzitutto come un linguaggio cresciuto con le altre arti e spesso complementare ad esse. Sicuramente la chiave per risolvere il problema consiste anche nell’allargare il concetto di “educazione musicale” alla conoscenza storica e teorica prima che pratica, insegnando ad ascoltare e capire la musica per poi osare eseguirla.
La strada per una definitiva coscienza italiana su questo tema è appena stata intrapresa: ora serve il coraggio di scoprire dove porterà.
Tag: educazione musicale, Italia, scuole italiane, conservatori, pratica musicale, critica musicale, musicologi, docenti di musica, programmi didattici.
Giulia Dettori Monna
