
Piercamillo Davigo condannato per rivelazione di segreto d’ufficio
L’ex magistrato Piercamillo Davigo è stato condannato a 15 mesi (Pena sospesa) per aver diffuso ad alcune persone, dentro e fuori il Consiglio superiore della magistratura, le accuse di Amara sulla presunta esistenza della loggia Ungheria.
Ieri il tribunale di Brescia ha condannato l’ex magistrato Piercamillo Davigo a un anno e tre mesi (pena sospesa e non menzione) per rivelazione di segreto d’ufficio, per aver divulgato i verbali segreti di Pietro Amara sulla presunta loggia Ungheria. Materiale consegnato dal pm di Milano, Paolo Storari, direttamente a Davigo (All’epoca consigliere del Csm) e da questi divulgati poi ad alcune persone dentro e fuori il Csm. Parliamo dell’intero ufficio della presidenza del Csm all’epoca dei fatti, tra cui il vicepresidente David Ermini, altri sei componenti del Csm e due assistenti di consiglieri, oltre al parlamentare 5 Stelle Nicola Morra, all’epoca presidente della commissione Antimafia, e le sue segretarie.

Nicola Morra
Materiale consegnato, per stessa ammissione di Storari (Assolto in via definitiva al termine del processo abbreviato) nell’aprile del 2020 a casa di Davigo a Milano, consistente in una chiavetta USB con gli atti secretati utili a denunciare una presunta inerzia della Procura milanese, in particolare dall’allora procuratore di Milano Francesco Greco e dall’aggiunto Pedio, a indagare sull’altrettanto presunta loggia Ungheria, di cui avrebbero fatto parte anche personaggi delle Forze armate e delle istituzioni, oltre a due componenti del Csm in carica in quel momento.
A Davigo, già giudice di cassazione ed ex pm di Mani Pulite, la corte ha riconosciuto le attenuanti generiche, e le motivazioni saranno rese note tra 30 giorni. Le dichiarazioni, nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Falso complotto Eni”, di cui lo stesso Storari era uno dei titolari insieme alla collega Laura Pedio, furono rese da Amara in cinque interrogatori tra dicembre 2019 e gennaio 2020.

Tribunale di Brescia
Ora Davigo farà appello contro la sentenza, cosa che ha provocato il sarcasmo degli avvocati penalisti, che affermano “Adesso apprezzerà la presunzione di innocenza”. Il commento ironico si riferisce al fatto che lo stesso Davigo in passato aveva criticato più volte la facilità con cui in Italia sia possibile fare appello contro le sentenze di condanna: “Ma così il condannato non rischia niente! E i processi si fanno con i soldi dei contribuenti!!” commentava infatti Davigo con riferimento, in particolare, alla regola secondo la quale se ad appellarsi è direttamente l’imputato, in genere i giudici di secondo grado non possono aggravargli la pena (Il cosiddetto Divieto di reformatio in peius).
“Per fortuna sua e di tutti noi la presunzione di non colpevolezza continua ad assisterlo”, dichiara con altrettanta ironia l’Unione delle camere penali. “Solo in questo paese sbandato e in questo tempo sbandato si poteva dubitare che un reo confesso non venisse condannato solo perché ha indossato la toga”, è stato invece il commento di Fabio Repici, che nel processo ha difeso Sebastiano Ardita, magistrato ed ex braccio destro di Davigo, inserito da Amara nell’elenco dei presunti soci della loggia Ungheria contenuto nella pennetta USB consegnata a Milano. Ardita si è costituito parte civile in questo processo, e ha ottenuto la condanna di Davigo a risarcirlo con 20mila euro.
